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San Gennaro e il Vesuvio

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Simbolo di un popolo e della sua fede viscerale e potente, leggendaria figura attorno alla quale ruotano tante storie, celeberrimo per il Prodigio della liquefazione del sangue, immortalato in tele superbe da artisti del calibro di Luca Giordano, Guido Reni, De Ribera, Solimena, simbolo dell’emigrazione napoletana e vesuviana all’estero, dove ancora oggi festeggiamenti e processioni ne ravvivano il culto, San Gennaro è legato fortemente all’area vesuviana oltre che alla città di Napoli.

A dimostrazione di questo legame radicato e secolare, basti pensare che sono diverse le città alle falde del Vesuvio che lo hanno eletto a patrono: Torre del Greco, Somma Vesuviana, San Gennaro Vesuviano, Ercolano, Cercola, Trecase.

Ma chi era Ianuario, nome, o molto probabilmente cognome, alla nascita del Santo, derivante dalla tradizione della famiglia di devozione al dio bifronte Giano e come arriva ad assurgere ad un ruolo simbolico tanto imponente e potente?

La sua biografia resta avvolta da tanti misteri e leggende che spesso troppo si discostano dal dato reale desumibile dalla striminzita biografia, tanto da aver dato vita ad una vera e propria mitologia intorno al Santo che altro non ha fatto che farne emergere, forse in maniera preponderante, il lato folkloristico.

Sulla base degli “Acta Bononiensia” del VI secolo, sappiamo che Gennaro è stato il vescovo di Benevento all’età di Diocleziano, intorno al 300 d.C.

In pieno clima di persecuzione contro i cristiani, Gennaro, insieme a Desiderio e Festo, si muove nei pressi di Miseno, antico centro nei pressi di Pozzuoli, con la missione di sostenere un giovane cristiano imprigionato, Sossio. Una volta lì anche Gennaro viene arrestato con la medesima accusa di professare la religione cristiana. Gennaro e Sossio vengono portati dinanzi al giudice Draconzio per essere giudicati; i due si rifiutano di rinnegare il proprio credo e vengono categoricamente condannati a morte, eseguita con la decapitazione presso la Solfatara di Pozzuoli. Durante l’esecuzione, un avvenimento cruciale per quello che sarà nei secoli e fino ad oggi il fulcro del mistero e del culto di San Gennaro: una donna di nome Eusebia, raccoglie in alcune ampolle il cranio ed il sangue del martire che, dopo secoli di vicissitudini, rappresenta la reliquia più amata, discussa, studiata della cristianità a causa del fenomeno della liquefazione, rispetto al quale la prima notizia di rilievo storico documentale è data nel 1389 da un cronista nelle “Chronicom siculum”.

Il Prodigio, che richiama un numero incredibile di fedeli e di curiosi, avviene puntualmente per tre volte ogni anno, date significative per la storia del rapporto tra San Gennaro e la città di Napoli.

All’interno del Duomo di Napoli vi é la splendida e ricca Cappella del Tesoro di San Gennaro ed adiacente alla chiesa il Museo del Tesoro di San Gennaro.

Una delle date in cui avviene il “Prodigio” è la testimonianza del legame simbolico del Santo con il Vesuvio ed i vesuviani, è il 16 dicembre di ogni anno, sebbene tra meno clamori e festeggiamenti, avviene la liquefazione del sangue contenuto nell’ampolla. Perché il 16 dicembre?

Il 16 dicembre 1631 il Vesuvio è in piena attività eruttiva e diversi paesi alle falde del vulcano sono interessati dal drammatico evento. Anche Napoli teme di essere colpita dalla colata lavica straordinariamente potente. La devozione per San Gennaro, a Napoli e nei paesi vesuviani, era allora già consolidata e pertanto, in modo del tutto naturale, le popolazioni si rivolsero al Santo portandone i simboli e le reliquie in processione. In quella occasione il miracolo di fede popolare avvenne e Napoli fu risparmiata dalla lava. Non fu lo stesso per alcuni paesi vesuviani che subirono ingenti perdite e danni mentre altri vennero miracolosamente risparmiati.

Successivamente negli anni la figura di San Gennaro si lega, proprio grazie a questo precedente, sempre più al vulcano che, sovente, continuerà a minacciare le popolazioni alle falde del Vesuvio le quali sempre più si affideranno a lui per ottenere protezione. San Gennaro comincia ad essere identificato non più solo con la città di Napoli bensì anche con l’area vesuviana e diversi paesi lo eleggeranno a Patrono a testimonianza di un legame saldo e di una fede popolare forte.

Ciò conduce anche al proliferare nell’area alle falde del Vesuvio di edifici religiosi e di simboli dedicati al Santo, immagini sacre, cappelle votive, chiese, storie e racconti popolari intrecciano sempre più il carisma di San Gennaro alle vicende storiche e legate al rapporti con il vulcano. Soprattutto sotto quest’ultimo aspetto il legame rivive e si rinsalda sempre più con il susseguirsi degli eventi eruttivi che colpiscono le popolazioni vesuviane.

Uno degli esempi più significativi è rappresentato dal popolo di Torre del Greco che, all’indomani dell’eruzione del giugno 1794, invoca la protezione del Santo che ne diventerà Patrono. Ancora oggi gli abitanti della città corallina venerano San Gennaro esponendone un prezioso busto nella Basilica di Santa Croce in occasione delle celebrazioni del 19 settembre. Inoltre, una grande statua del Santo troneggia anche sulla facciata della stessa basilica.

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Qualche tempo prima, nel 1738, il legame tra San Gennaro, il Vesuvio e l’area vesuviana aveva ricevuto una conferma “reale”. Infatti Carlo di Borbone all’indomani dell’inizio dei lavori per l’edificazione della nuova Reggia a Portici, prese a ribadire, a chi faceva notare il pericolo incombente in quella zona a causa del Vesuvio, che “Per il Vesuvio ci penserà Iddio, ci penserà Maria Immacolata e S. Gennaro”, confermando così una tradizione religiosa e popolare di ricorso anche al Santo quale protettore dalla furia distruttiva del Vesuvio.

Sul territorio vesuviano vi sono, ad oggi, numerosi edifici religiosi dedicati al Santo e diverse sono le feste che in questi paesi si svolgono nel giorno del 19 settembre.

A Trecase il santuario di Santa Maria delle Grazie e di San Gennaro è il fulcro dei festeggiamenti che, da alcuni anni, cominciano già dal 14 settembre per ricordare la recente elevazione a Santuario diocesano della chiesa.

Ad Ercolano il busto di San Gennaro, all’interno della Basilica di Santa Maria a Pugliano, è oggetto di un culto che, anche in questo caso, risale con ogni probabilità all’epoca dell’eruzione del 1631 durante la quale Resina venne straordinariamente risparmiata dalla colata lavica. A ricordo di quell’evento, ancora oggi il busto è portato in processione dal popolo fino al limite del fronte della colata lavica ed in molte residenze gli ercolanesi pongono un busto del Santo rivolto verso il Vesuvio per proteggersi attraverso la sua intercessione dal pericolo delle eruzioni.

Anche nell’area di Ottaviano, luogo dove è antica la devozione al santo di origini beneventane, vi é una chiesa a lui dedicata: la Chiesa di San Gennaro Vescovo e Martire che conserva un pregevole busto risalente al 1700, oggetto di grande venerazione da parte della popolazione di Ottaviano.

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Altra testimonianza della devozione diffusa sul territorio vesuviano verso il Santo è la chiesa di San Gennaro a Torre Annunziata, oggi purtroppo in condizioni di inagibilità. Anch’essa sorta all’indomani dell’eruzione del 1631, fatta edificare da un commerciante napoletano, tale Andrea Pagano e sita in vico San Gennaro, viene danneggiata in modo pesante da un tragico incendio nel 1893.

A conclusione di questo percorso alla ricerca delle origini del culto di San Gennaro si può di certo confermare che il legame tra il celeberrimo Santo e l’area vesuviana è radicato ormai nei secoli ed in quel misterioso intreccio tra fede, credenza e leggenda che è, in definitiva, anche l’essenza del rapporto tra uomo e vulcano in questa parte di mondo.

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