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Piccolo viaggio nel Vesuvio di Goethe, Leopardi e Dickinson

I vulcani con la loro imponenza e la duplice natura di creatori e distruttori hanno da sempre affascinato letterati, sia uomini che donne, di ogni epoca. Il Vesuvio, in particolar modo, con la sua caratteristica collocazione geografica ed il suo abbraccio scenografico ad uno dei golfi più belli e celebri del mondo, con il suo essere stato teatro di miti e leggende oltre che di immani catastrofi, è stato fonte di ispirazione per tantissimi scrittori, poeti, viaggiatori che ne hanno voluto descrivere il fascino sempre in bilico tra meraviglia, estasi e timore. Dai reportage delle eruzioni fino ai racconti in prosa e versi della sua straordinaria natura, sono innumerevoli le parole dedicate al Vesuvio. Parole note o meno, che hanno raccontato il vulcano più famoso del mondo accrescendone la fama. In questo piccolo viaggio ricorderemo le parole dedicate al Vesuvio da tre giganti della letteratura tra Settecento ed Ottocento.  

Johann Wolgang Goethe 

Conosce il Vesuvio durante il suo Grand Tour in Italia da cui scaturisce il celeberrimo “Viaggio in Italia” del 1787. Il poeta, sempre intento a fare del suo Grand Tour un viaggio tutt’altro che ozioso, bensì a scoprire, capire, analizzare quello che vede, viene rapito dal fascino del Vesuvio, spinto anche dal suo precedente interessamento ai vulcani ed a i fenomeni geologici.
L’approccio è quindi complesso ed approfondito e non si ferma solo al dato emozionale e sensazionale, ma arriva alla ricerca naturalistica ed all’analisi di carattere scientifico. Goethe sale tre volte sul vulcano:
“Feci l’ascensione al Vesuvio, nonostante il tempo imbronciato e la vetta nuvolosa. Raggiunta in carrozza Resina, iniziai a dorso di mulo la salita tra i vigneti; proseguii a piedi sopra la lava del ’71, già ricoperta di muschio fine ma tenace, e procedetti sul fianco della colata. Lasciai alla mia sinistra, in alto, la capanna dell’eremita e scalai infine, fatica davvero improba, il cono di cenere. Il vertice era per due terzi sotto le nuvole. Toccammo finalmente l’antico cratere”.
In questo passo della narrazione del viaggio che da Resina portava al cratere, Goethe inserisce un elemento che vuole sottilmente portare in risalto: quel muschio che ricopre già dopo pochi anni il dorso della lava è in qualche modo un parallelo con la tenacia degli abitanti vesuviani che, con la stessa tenacia del muschio stesso riescono a rinascere e rigenerare ripensandola ogni volta, la propria coesistenza con l’incombente vulcano attivo.

viaggio nel Vesuvio

In un altro passo il poeta descrive lo stupore sublime e intenso della visione dell’attività del Vesuvio osservata da un piano alto del Palazzo Piovene di Girasole
“[…]Stavamo ad un balcone dell’ultimo piano, col Vesuvio proprio di fronte; la lava scorreva, e il sole essendo tramontato da un pezzo, si vedeva la corrente di fuoco rosseggiare, mentre la fiamma cominciava a indorare la nuvola di fumo che lo accompagnava. La montagna faceva sentire profondi boati; sulla cima un pennacchio enorme, immobile, le cui differenti masse venivano squarciate ad ogni sbuffo come da lampi illuminate a rilievo. Da lassù fino alla marina, una striscia rovente tra vapori arroventati; del resto, mare e terra, rocce e cespugli, distinti nella luce del crepuscolo, in una calma luminosa, in una pace fantastica. Veder tutto questo d’un colpo d’occhio e, a completare lo spettacolo meraviglioso, la luna piena che sorgeva dietro le spalle della montagna, era ben cosa da farmi sbalordire” 

Giacomo Leopardi

Con Leopardi il parallelismo tra natura del Vesuvio ed uomo si sublima con l’ode alla “Ginestra”, figlia della permanenza del poeta alle pendici del Vesuvio e concepita durante il soggiorno a Villa Ferrigni a Torre del Greco.
Il fascino esercitato dall’atmosfera vesuviana sul poeta è grande ed immenso è il risultato di tale incontro. La ginestra del Vesuvio, che imperterrita cresce e ricresce sul dorso arido dello “sterminator Vesevo”, è simbolo del coraggio e delle resistenza di fronte all’ineluttabilità delle forze della natura e serve a Leopardi per confutare la visione ottusamente antropocentrica del mondo. In quest’ode il poeta recanatese erge il Vesuvio stesso, con la sua storia di distruzioni di cui Ercolano e Pompei sono testimonianze per eccellenza, a simbolo di questa natura che segue inarrestabile il proprio corso e dell’uomo che nonostante ciò continua a popolare le pendici del vulcano.  

Ben mille ed ottocento 
Anni varcar poi che spariro, oppressi 
Dall’ignea forza, i popolati seggi, 
E il villanello intento 
Ai vigneti, che a stento in questi campi, 
Nutre la morta zolla e incenerita, 
Ancor leva lo sguardo 
Sospettoso alla vetta 
Fatal, che nulla mai fatta più mite 
Ancor siede tremenda, ancor minaccia” 

viaggio nel Vesuvio
Villa Ferrigni a Torre del Greco ora nota come Villa delle Ginestre

Emily Dickinson

Il nostro piccolo viaggio nel Vesuvio dei letterati, si conclude con Emily Dickinson, anima complessa, che trarrà ispirazione dal vulcano pur non avendolo mai visto dal vivo. Testimoniandone la celebrità ed il grande fascino esercitato in tutto il mondo anche grazie alla narrativa accresciutasi nei secoli. 
I vulcani tornano spesso nell’opera della poetessa americana, affascinata dalla loro forza sotterranea e perennemente in moto, spesso non percepita pienamente dall’ambiente esterno.
In questo la Dickinson crea un vero parallelismo tra la propria natura, la propria poesia, la lotta per svincolare la propria anima creativa e turbolenta da un mondo esterno che la vorrebbe incatenata in stereotipi. 

“La geografia mi attesta che ci sono  
Vulcani in Sud America 
E in Sicilia 
Ma esistono vulcani più vicini 
Un gradino di lava ad ogni istante 
Mi sembra di salire 
Un cratere io posso contemplare 
A casa mia il Vesuvio” 

Il Vesuvio è la Dickinson stessa, la sua mai doma creatività che sotterranea come il magma lavora incessantemente ed esplode in versi – lapilli potenti e sublimi. E ancora, a rendere eterno il concetto:  

“Una silenziosa – Vita – di Vulcano
Che fluttuava nella notte –
Quando era buio abbastanza per fare
A meno della vista che cancella-
Un quieto – Stile – di Terremoto
Troppo sottile per far insospettire
Quelli che vivono da questo lato di Napoli
Il Nord non sa immaginare
Il Solenne – Torrido – Simbolo
Le labbra che non mentono mai –
Un sibilare di Coralli che si schiudono –
E si serrano – E Città – dissolvono”

Così la poetessa eleva a ispirazione interiore il Vesuvio, immortalandolo una volta di più e rendendone eterno il duplice fascino di creatore e distruttore, di forza primordiale e approdo sereno dell’anima.  

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