Le bucatrici di corallo

La fama della città di Torre del Greco per la lavorazione del corallo ha, nel tempo, attraversato i confini vesuviani per arrivare al mondo intero fino a diventare un vero e proprio patrimonio immateriale di know-how. Un mondo artigianale che si compone di tanti saperi e sapienze che ruotano intorno al prezioso materiale, anima della città vesuviana, anima che sa di mare, di tradizione, di eccellenza imprenditoriale e di fatica.

La storia della lavorazione del corallo è fatta anche di figure simbolo, come quella delle bucatrici di corallo. Una figura che risale agli albori dell’artigianato torrese del corallo e ne segna in qualche modo anche l’iconografia stessa.

E allora proviamo ad entrare in questo piccolo mondo antico fatto di donne e di vicoli di un tempo che fu, di passione e duro lavoro che hanno contribuito a segnare il successo del connubio tra oro rosso e Torre del Greco.

Il lavoro delle bucatrici deriva dall’esigenza di forare il corallo semilavorato per far si che esso possa essere utilizzato per la creazione di collane e gioielli. Un piccolo banchetto di legno era la postazione di queste donne del popolo che, armate di un peculiare archetto e di un fuso insieme all’indispensabile olio per la lubrificazione ed al recipiente per l’acqua necessaria affinché, bagnando il corallo e raffreddandolo, ne evitasse la rottura. L’attrezzatura delle bucatrici si completava poi con gli aghi, che all’occorrenza venivano affilati con una pietra, con un guscio di noce, con il pruvulillo, una mezza sfera utile per incastrare l’ago stesso nel fuso, di alcune piccole tavole di legno che servivano a bloccare il corallo. La bucatrice con una sapiente pressione sull’arco faceva ruotare vorticosamente il fusetto recante l’ago che forava il corallo, sempre bagnato dall’acqua per evitarne la rottura.

Il lavoro veniva svolto all’aperto, in storici vicoli ed in tante logge e slarghi della città vesuviana e diveniva occasione per il rafforzamento della comunità, per la creazione di un’intesa sottile e potente tra donne che, in anticipo rispetto a tempi di li a venire, si emancipavano attraverso il lavoro, ritagliandosi un ruolo cruciale per lo sviluppo del florido mercato del corallo torrese. Ognuna di loro aveva un commerciante di riferimento, un corallaro insieme al quale stabilivano preventivamente il compenso sulla base della merce da lavorare. Ultimato il lavoro, che comportava grande sacrificio e sforzo per la vista, avveniva la consegna ed il meritato pagamento. I coralli, pallini, cannettine, cupolini, spezzati, barilotti e tanti altri formati che le bucatrici provvedevano a trattare con la propria sapienza antica e minuziosa, erano pronti per divenire gioielli splendenti. L’abilità e l’intraprendenza delle infilatrici, dei maestri orafi e degli intraprendenti commercianti di Torre del Greco avrebbe poi provveduto a far si che quei pallini, quelle cannettine, quei cupolini che in sé conservavano la viscerale sapiente appassionata anima dei vicoli torresi, insieme alle ore di fatica quotidiane e talvolta notturne alla luce fioca di una candela delle bucatrici, potessero varcare i confini torresi e vesuviani per arrivare al mondo intero.

Tutt’oggi, in un’epoca in cui tutto ciò che ruota intorno alla lavorazione del corallo a Torre del Greco, compresa la foratura che avviene sempre artigianalmente con l’ausilio di macchine specifiche, fino ad arrivare all’ideazione ed alla produzione di gioielli in corallo fino alla commercializzazione, ha conosciuto e conosce una costante e preziosa innovazione, l’importanza di queste figure storiche va sottolineata affinché mai ne venga dimenticato il ruolo sociale ed economico che queste donne hanno ricoperto per il successo della storia della città del corallo.

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