“Puozze sculà”, come nasce il detto

I modi dire rappresentano scrigni nei quali sono custoditi tradizione,  folclore, usi, costumi e la storia del territori nei quali essi si radicano, ed è risaputo quanto l’area situata all’ombra del Vesuvio costituisca un bacino ricco di detti popolari di ogni genere. Ce ne sono davvero tanti, uno per ogni situazione!

Tra i modi di dire popolari maggiormente in uso in queste terre troviamo “Puozze sculà!”

Si tratta di un terribile anatema, con il quale colui che lo esclama augura ad una persona di morire in modo veramente terribile, cosa che però fino al XVIII secolo risultava invece essere addirittura una benedizione. In quel periodo infatti si credeva che il rito funebre della scolatura rappresentasse il modo per le anime dei defunti di giungere purificate da ogni peccato in paradiso.

Per comprendere fino in fondo di cosa stiamo parlando è opportuno discendere in uno dei numerosi ipogei di cui è disseminata l’area vesuviana e la stessa città di Napoli.

E’ proprio in tali sacri luoghi che erano poste infatti le cantarelle, ossia le sedute ricavate nella roccia sotto le quali veniva posizionato il cantero, il recipiente impiegato a raccogliere il fluido corporeo della salma, durante il lungo processo di decomposizione.

Tale macrabo procedimento era agevolato da una serie di fori praticati sui corpi in modo da favorirne il processo di disseccamento.

In tale epoca si riteneva che il capo fosse la parte più rilevante del corpo pertanto il teschio veniva letteralmente  incastrato nel muro di tufo. Il resto del corpo veniva collocato negli ossari.

La storia ci racconta che  i fedeli si recavano in questi luoghi che possono essere considerati dei veri e propri cimiteri sotterranei ed “adottavano” un teschio del quale iniziavano a prendersi cura ed ai quali indirizzavano le loro preghiere con lo scopo di ottenere in cambio guarigioni,  trovare marito ed in alcuni casi addirittura vincere al Lotto.

Con il tempo la locuzione “Puozze sculà” ha perduto la sua accezione positiva ed è entrata a far parte del gergo popolare unicamente come invettiva di morte contro i malcapitati e nemici in genere.

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