Un cranio famoso alle falde del Vesuvio

La grande eruzione del Vesuvio avvenuta nel 79 d.C. ha raccontato tante storie e tante ne continua a raccontare, in un vero e proprio viaggio nel tempo, un tempo cristallizzato proprio a causa dei fenomeni naturali scaturiti dall’evento eruttivo. Una parte di questa storia ha come protagonista Gaio Plinio Secondo, universalmente conosciuto come Plinio il Vecchio. Nato presso Como e trasferitosi a Roma dal 35 d.C. guadagnando nel tempo il grado di ammiraglio grazie ai suoi numerosi successi militari conseguiti in varie parti dell’Impero, fu uomo dalla spiccata e multiforme intelligenza, da una grandissima curiosità per tutti i rami della scienza e del sapere che lo portò a concepire una titanica opera, la Naturalis Historia.

In questa vera e propria enciclopedia in 37 volumi, Pliniotratta tematiche di antropologia, geografia, botanica, medicina, mineralogia, metallurgia, arte, zoologia dimostrando una sterminata preparazione, frutto di anni di studi e approfondimenti. L’opera resterà uno dei capisaldi nella formazione scientifica tra Medioevo e Rinascimento e rappresenta ad oggi una fonte importantissima di conoscenza dello stato dell’arte delle conoscenze scientifiche in epoca romana. Diverse altre opere di Plinio il Vecchio non hanno superato la prova del tempo e non sono giunte fino a noi. Ritornando a quanto accaduto 79 d.C. la figura di Plinio è passata alla storia per il tragico coinvolgimento nei momenti culminanti dell’eruzione del Vesuvio, a causa della quale trovò egli stesso la morte. A raccontarlo è il nipote Plinio il Giovane che, nella celeberrima Lettera, descrive quei momenti e la morte dello zio sopraggiunta nell’atto di condurre i soccorsi nei momenti drammatici dell’eruzione del Vesuvio. In quel periodo infatti Plinio il Vecchio si trovava presso Misenoalla guida di una delle flotte più consistenti dell’area tirrenica dell’Impero e non ebbe titubanze a recarsi verso l’area alle falde del Vesuvio con la stessa flotta per recare soccorso alla popolazione vesuviana, tra cui vi erano alcuni cari amici, oltre che per cogliere l’occasione, unica per uno studioso della sua portata, di osservare da vicino un fenomeno tanto imponente quanto eccezionale come l’eruzione. Arrivato nei pressi di Stabiae, nell’intento di soccorrere il suo facoltoso amico Pomponiano, le cui due navi cariche di ricchezze da portare al sicuro, erano in grosse difficoltà che ne impedivano la fuga, trova la morte verosimilmente soffocato dalle potenti esalazioni di gas. Questa teoria viene accreditata già nel 1900 grazie al ritrovamento, in un terreno nei pressi dell’antica spiaggia di Stabiae di uno scheletro, tra i 70 ritrovati in quella campagna, le cui ossa non risultavano bruciate e che recava vicino pregiate insegne militari.

L’autore del ritrovamento, l’ingegnere napoletano Gennaro Matrone avanzò l’ipotesi dell’appartenenza dei resti proprio a Plinio il Vecchio ma la comunità scientifica prese ad esprimere un categorico scetticismo. Per questo motivo il tutto fu venduto dal Matrone al Museo dell’Arte Sanitaria di Roma. Molti anni dopo, nel 2010, l’ingegnere Flavio Russo, archeologo sperimentale, pubblica per lo Stato Maggiore della Difesa il volume “79 d.C., rotta su Pompei”, nel quale dà nuovo credito alla teoria di Matrone. Nel 2017, nuovi esami vengono coordinati dalla stessa Accademia di Arte Sanitaria che, attraverso la Onlus Theriaca riesce a reperire risorse per queste nuove speculazioni scientifiche. Un team di ricercatori di alto profilo, guidato dal geochimico dell’Istituto di Geologia Ambientale e Geoingegneria del Cnr Mauro Brilli, si concentra sullo studio della mandibola e dei denti del cranio. Le indagini, che riescono a risalire all’area geografica dell’infanzia del titolare del cranio, producono risultati concordanti con la vita e le origini di Plinio ma, quando si arriva a stabilire l’età di morte arriva la doccia fredda: 37 anni a fronte dei 56 anni di Plinio il Vecchio al momento della sua fine. Ben presto tuttavia si arriva a comprendere che quella mandibola poteva non appartenere alla calotta cranica sotto la quale era stata ricomposta da Matrone. Successivi esami della calotta cranica, che proprio nel gennaio 2020 sono stati resi noti seppure ancora non pubblicati, conducono allora ad un’attribuzione diversa dalla mandibola e compatibile con l’età di Plinio. Ciò avvalora l’attribuzione, ancor più se valutata anche sulla base dei ritrovamenti, fatti dallo stesso Matrone, di un anello d’oro con i simboli del ceto equestre (cui apparteneva l’ammiraglio) e una collana, anch’essa d’oro con teste di vipera oltre che di altri simboli molto verosimilmente appartenuti a Plinio in virtù della sua posizione e del suo alto grado militare. Tutti questi ultimi elementi, frutto degli studi realizzati nell’ambito del Progetto Plinio dallo storico dell’arte Andrea Cionci, in collaborazione con gli esperti del Consiglio Nazionale delle Ricerche e delle Università La Sapienza di Roma, di Firenze e di Macerata, portano ad affermare con ottime probabilità che il cranio appartenga proprio all’ammiraglioPlinio. Ancora una volta l’archeologia alle falde del Vesuvio riserva sorprese che aiutano a ricostruire vita, usi, costumi e persone di quell’epoca lontana.

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